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Recensione di Gianna Batistoni - 13 gennaio 2005

Immagine della copertina del libro Il libro delle illusioni di Paul Auster

Il libro delle illusioni

Paul Auster
Traduzione di Massimo Bocchiola
Torino: Einaudi, 2004
267 p. ; 22 cm
Trad. di: The book of illusions
Collocazione: P 813.54 AUS

 
 

La vita è crudele, raramente segue il plot dei sogni. La proiezione che ne facciamo, e in questo caso nessun altro termine sembra più appropriato, spesso non ha alcuna concretezza nella realtà. Massima forma artistica di illusione, è il cinema. Ebbene, circa la metà delle pagine di questo libro delle illusioni di Paul Auster, proprio a un certo cinema sono dedicate, a quello delle comiche e del muto. La storia parte dalla vicenda dolorosa di un sogno infranto: la famiglia felice del professore David Zimmer si dissipa nel lampo di un incidente aereo e Zimmer rimane a terra, solo e svuotato di ogni traccia d'interesse alla vita. Ma una sera accade l'imprevedibile: lo zapping incontra casualmente un documentario televisivo sui comici del muto e David Zimmer si trova inaspettatamente a ridere, senza trattenersi. Ne deduce di avere ancora la capacità di staccarsi dal proprio dolore, di riuscire ad aprirsi al mondo. Chi ha girato la chiave nella piaga, è Hector Mann, ultimo e sufficientemente dimenticato esponente della comica breve, svaporata alla comparsa dei primi lungometraggi degli anni Venti. Chi è Hector? È l'uomo vestito in abito bianco, l'uomo dai mobili baffetti neri che spesso parlano più di ogni altra mimica facciale. Hector è un bell'uomo, ma soprattutto è un comico, deve far ridere, e non avendo fisicamente punti deboli, l'unico modo di farlo diventare bersaglio di sventure pare sia proprio fargli indossare quell'elegante abito bianco. Ma Hector sparisce, dissolvenza nel 1929, ancora solo il tempo che i giornali parlino per un po' della sua scomparsa e poi più nessuna notizia di lui. Zimmer decide di vedere tutti i suoi film, distribuiti in poche copie sparse fra il nuovo e il vecchio continente. Così è costretto a mettersi in viaggio e poco dopo a scrivere di lui in un libro, nuovamente un po' spinto dal caso, ma sempre più nella convinzione che il personaggio meriti un buon lavoro, quanto lui di lavorare, per tornare all'attività dei vivi. Un giorno a David arriva l'invito a incontrarsi proprio con Hector, malato, ma ancora vivo, recandosi nella Terra del Sueño.
Non fermiamoci a questo, perché oltre al cinema c'è la storia coinvolgente e preziosa nella maestria descrittiva di Auster. Ma anche la storia non è tutto. Durante la lettura potrà sembrare che Auster scriva qualcosa di meno imprevedibile, di meno fascinosamente folle, ma chiuso il libro resta l'idea che ha dato origine, conclusione e nome a tutto: l'illusione. Nel grande rogo finale, fra la volontà di uno e la pazzia di altri, si incenerisce tutto quello che Hector è stato. Non è solo intento di purificazione, è annullamento. Sembra che così si possa scegliere di aver vissuto per niente. Sembra che la sua sia stata non una vita, ma solo un'illusione sullo schermo. Ma chi è Hector Mann? Non cercate notizie di lui, non ce ne sono. Se c'erano sono state bruciate. Solo Paul Auster ha potuto parlarne perché è un suo personaggio. O forse chissà.

 

 
 

 

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