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Recensione di Gianna Batistoni - 27 giugno 2006

Un dolce odore di morte - Guillermo Arriaga

Un dolce odore di morte

Guillermo Arriaga
Fazi, 2005, 185 p.
Coll: P GIA 863.64 ARR

 
 

Del suo precedente romanzo, Il bufalo della notte, pare stiano preparando la trasposizione cinematografica. Meno spettacolarità in questo secondo libro di Arriaga. Apparente linearità. E invece c'è qualcosa che prende sempre un'altra piega. Credevo di avere tra le mani una storia noir. Una ragazza viene trovata morta, pugnalata alla schiena, in mezzo a un campo di saggina. Ramòn scopre il cadavere, guidato dalle grida di alcuni bambini. La morta è Adela, arrivata da poco a Loma Grande con i genitori e sconosciuta alla gran parte della comunità. Ma non completamente sconosciuta per Ramòn, che aveva già visto Adela in paese e aveva iniziato a incontrarla nelle sue fantasie. Un'attrazione e un turbamento che il giovane sente di nuovo, fortissimi, davanti alla nudità esangue del suo cadavere. Forse perché il suo turbamento risulta evidente per tutti coloro che gli si raccolgono intorno, tutti si convincono che Adela sia stata la fidanzata di Ramòn. La voce comincia a girare e Ramòn non smentisce. Anzi, rincara: si accolla la vendetta e alimenta un attaccamento morboso al ricordo della ragazza. Affronta la vendetta come estrema prova d'iniziazione.
Se fosse un noir, adesso, si troverebbe l'assassino di Adela. Ma, per stessa ammissione di Arriaga in un'intervista, questa è una tragedia e il romanzo si conclude semplicemente con un altro omicidio. Se dico "omicidio" è perché la vendetta qua non fa dono di giustificazione. Perché
prima, c'è ancora qualcosa che prende un'altra piega e che non voglio raccontare. Personaggio di rilievo per la storia è l'intera comunità di Loma Grande, che seppure nella classica lentezza di un paese messicano, conduce tutta l'azione, guidando la costruzione della vendetta. Concludo con parole dello stesso Arriaga, che forse soltanto in questa storia potranno non suonare tristemente ovvie: "La società è in grado di creare da sola i propri mostri al fine di sopravvivere".
Ma anche i mostri sono vittime, bugiardi mendicanti della considerazione sociale. Veramente mostruoso è quello che qui produce l'intrecciarsi delle loro piccole bugie, dove la menzogna diventa destino.

 

 
 

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