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Recensione di Francesca Cecchi - 13 gennaio 2005

Immagine della copertina del libro Febbre a 90' di Nick Hornby

Febbre a 90'

Nick Hornby
Traduzione di Federica Pedrotti e Laura Willis
Parma : Guanda, 1997
244 p. ; 22 cm
Narratori della Fenice
Trad. di: Fever pitch
Collocazione: P 823.914 HOR

 
 

Breve premessa: a me il calcio piace molto, ma lo guardo come una profana. Non conosco le regole e ancora non ho capito come funziona il fuorigioco. Eppure mi piace guardarlo. Tifo per la Fiorentina per eredità genetica (tutta la mia famiglia è viola), ma preferisco guardare le partite degli Europei e dei Mondiali mentre ascolto il commento della Gialappa's Band alla radio.
Qualche tempo fa, una sera che soffrivo di insonnia, vidi su Rai Uno Febbre a 90'. Il film era già iniziato ma mi misi a guardarlo lo stesso perché il protagonista era un attore che mi piace molto, Colin Firth. Il film era carino e gradevole, così mi incuriosii e volli leggere il libro da cui era tratto, scritto da Nick Hornby (di cui avevo già visto al cinema About a boy). Pensavo di ritrovare la stessa storia del film (le vicende di un insegnante, tifoso sfegatato dell'Arsenal), invece... sorpresa! Il romanzo è in realtà un diario dell'autore che parla della sua ossessione per il calcio, in particolare per una delle quattro squadre di Londra. Come spesso succede, il libro si è rivelato di gran lunga superiore al film.

Hornby racconta la sua vita scandita dalle partite dell'Arsenal. Inizia dalla prima volta che andò allo stadio insieme al padre, che aveva da poco abbandonato la famiglia per un'altra donna. Il calcio era quindi un mezzo per comunicare, per cercare di avvicinare padre e figlio: si trasformò invece in un'ossessione che accompagnerà il giovane Nick per tutta la vita. Un'ossessione destinata a riempire le mancanze di un bambino della periferia di Londra, l'unico ad essere figlio di genitori separati. Con l'andare degli anni, Nick inizia a intravedere un certo parallelismo tra lui e l'Arsenal: i suoi successi e insuccessi vanno di pari passo con quelli della squadra. "Mi innamorai del calcio come mi sarei poi innamorato delle donne: improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente".
I nomi dei familiari, degli amici, delle fidanzate arrivano a confondersi con quelli dei giocatori e degli allenatori, nomi che mi suonano più familiari da quando ascolto il magico trio alla radio. Momenti insignificanti ("squallidi" pareggi per 0-0) si confondono con avvenimenti trionfanti (vittorie di coppe e scudetti) o tragici (l'Heysel, Hillsborough), proprio come nella vita quotidiana di tutte le persone.

Detto così potrebbe sembrare un libro noioso per chiunque non si interessi al calcio, ma bisogna aggiungere che Hornby usa un tono allegro e ironico per raccontare tutto questo. Sa che la sua è una "malattia" da cui non si può guarire, peggio che cercare di smettere di fumare. E gli altri? Si devono adattare. Mai fissare matrimoni, battesimi e feste nei giorni in cui l'Arsenal gioca ad Highbury, altrimenti Mr. Nick Hornby non verrà!
E il futuro? Lo scrittore teme i giorni in cui dovrà saltare una partita: la nascita di un figlio, la morte di un parente... E se il figlio non dovesse tifare Arsenal? E se un giorno l'Arsenal vincesse contro la squadra del figlio e il padre si mettesse a ululare e a saltare davanti al povero pargolo affranto? Allora "la cosa più matura e saggia sarebbe vasectomizzarmi oggi stesso"!

 

 
 

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