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Recensione di Francesca Cecchi -15 luglio 2004

Immagine della copertina del libro La famiglia di Pascual Duarte di Camilo José Cela

La famiglia di Pascual Duarte

Camilo José Cela
Torino : Einaudi, c1989
175 p. ; 23 cm
Trad. di: La familia de Pascual Duarte
Collocazione: P 863.64 CEL

 
 

Ho letto questo romanzo per curiosità. Ne avevamo letto l'inizio l'anno scorso al corso di Letteratura Spagnola e, trovandomelo davanti in biblioteca, mi sono decisa e l'ho preso. Devo ammettere che la mia curiosità è stata appagata!

Romanzo breve e di facile lettura, l'esordio letterario di Camilo José Cela è la storia di un "anti-eroe", raccontata in prima persona. La struttura ricorda un po' quella del "Don Chisciotte", con un manoscritto trovato per caso in una farmacia e dato alle stampe da un trascrittore che censura le parti più scabrose e correda il testo con delle lettere che servono a chiarirci la storia del protagonista. Nulla è lasciato alla fantasia: Pascual Duarte è un assassino che dedica le sue memorie, scritte in carcere in attesa della pena capitale, alla sua ultima vittima ("Alla memoria dell'insigne patrizio don Jesús Gonzaléz de la Riva, Conte di Torremejía, che, mentre l'autore di questo scritto l'assassinava, lo chiamava Pascualillo e gli sorrideva"). Ci racconta la sua vita in maniera altalenante, passando dal passato al presente, alternando omicidi vecchi e nuovi, anticipando gli sviluppi della sua storia.

L'inizio è canonico, cioè la descrizione di un macrocosmo, il villaggio, che si restringe pian piano in microcosmo, la casa dei Duarte, dove si svolgerà la maggior parte dell'azione. Qui facciamo la conoscenza della famiglia del protagonista e capiamo che Pascual è stato sempre un prigioniero. Prigioniero di un ambiente familiare che non poteva non portarlo sulla strada della violenza: il padre manesco, la madre alcolizzata e insensibile (non piange neanche alla morte del marito e a quella del figlio), la sorella prostituta ma del buon cuore, il fratello minorato e destinato a morire ad undici anni. Prigioniero delle tradizioni di un piccolo paese dove, per risolvere una lite, non c'è altra soluzione che il coltello e dove una donna accetta lo stupro come prova d'amore e di virilità. Prigioniero soprattutto di se stesso: molte volte Pascual ha dei presentimenti che cercano di avvertirlo dei pericoli, ma benché per un attimo tenti di resistervi, cade poi vittima dei suoi istinti primari e uccide. Uccide la cagna come uccide l'uomo che ha disonorato la sorella e ha sedotto la moglie, uccide la giumenta come uccide la madre (un omicidio che Pascual rimanda fuggendo, ma che non può non compiere).

La lettura è aiutata da uno stile che, per rendere la veridicità di un uomo che tenta di mettere su carta la propria esperienza, mischia il gergo contadino ad una sintassi più scorrevole.

 

 
 

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