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Recensione di Francesca Cecchi - 1 marzo 2005

Immagine della copertina del libro Pastorale americana di Philip Roth

Pastorale americana

Philip Roth
Traduzione di Vincenzo Mantovani
Einaudi, c1998
423 p. ; 23 cm
Collocazione: P 813.54 ROT

 
 

"Seymour Levov rima con Love", "Seymour Levov rima con Love". È il grido che le ragazze ponpon lanciano da bordo campo durante gli incontri di football o di basket. È lo slogan che i tifosi mormorano sugli spalti durante le partite di baseball. Perché Seymour Levov, il campione liceale, è bello, biondo, alto e atletico. Malgrado le sue origini ebree, tutti lo chiamano lo Svedese e quel nomignolo gli rimane attaccato per tutti gli anni a venire. È il rappresentante ideale del Sogno Americano, quel Seymour figlio di emigrati con tanta voglia di lavorare e di uscire dalla miseria. E Seymour lavora, nell'industria di guanti del padre, che un giorno sarà sua, e si fa una famiglia sposando la cattolica irlandese Miss New Jersey: l'epilogo perfetto di una storia americana.

Così è per i suoi fan, ex compagni di scuola che lo venerano ancora come lo Svedese. Tra questi c'è anche uno scrittore, Nathan Zuckerman, amico e "vittima" a ping pong del fratello minore di Seymour, Jerry. Immaginate la sorpresa quando Nathan riceve una lettera da Seymour che gli chiede aiuto per ricordare degnamente il padre recentemente scomparso, un uomo colpito da molte disgrazie. Incuriosito su quali disgrazie possano aver toccato la via del suo eroico semidio, Nathan lo incontra, ma l'unica confessione che riesce a strappargli è di aver avuto un cancro alla prostata, felicemente debellato. Il resto è una stucchevole storia familiare che annoia lo stesso Nathan: l'epilogo perfetto di una storia americana.

Ma poco tempo dopo, ad una delle consuete riunioni scolastiche, Nathan incontra Jerry che gli comunica la morte del fratello e gli rivela la sconvolgente verità. E così, ballando stretto stretto ad una vecchia fiamma, Nathan lascia andare la sua fantasia e rivive a suo modo la vita dello Svedese.
Inizia così, col passaggio dalla soggettiva al racconto, la storia di una tragedia americana, prima parte di una trilogia che Philip Roth dedica al suo Paese (in questo caso dal dopoguerra al Watergate). Lo sguardo impietoso e duro dello scrittore (per il quale tutti sono vittime e tutti sono colpevoli) coglie gli orrori di questa società puritana che difende a parole la libertà per poi nasconderla dietro l'ipocrisia. Roth non ha peli sulla lingua e critica con ferocia e sarcasmo la società americana, prendendo come protagonisti i suoi esempi migliori: l'atletico cittadino ligio alle regole e fiero di essere americano e la sua giovane moglie, miss di bellezza. Da questa coppia nasce una bella bambina, simbolo della nuova America.

Ma la nuova America non è tranquilla e laboriosa come quella del dopoguerra: è un'America rabbiosa che deve fare i conti con le proprie contraddizioni, esplose con l'assassinio di Kennedy e la guerra nel Vietnam. Così Merry Levov, afflitta da una fastidiosa balbuzie, comincia a lottare per i suoi ideali e, con un gesto sanguinoso e sconvolgente, porta la guerra in casa, quella casa che Seymour aveva comprato in campagna, lontano dal mondo violento ed aggressivo.
Da quel momento nulla sarà come prima: Dawn, la bella moglie, piomba nella depressione mentre Seymour cerca di tirare avanti e di trovare un perché a questa figlia ormai latitante. Ma ormai lo Svedese è solo con i suoi ricordi che rendono altalenante il racconto delle vicende. Ricordi di gioventù, dell'infanzia di Merry, alla disperata ricerca di un motivo scatenante, del perché una bambina che aveva tutto nella vita sia diventata un'adolescente rabbiosa. Per quel bacio che il padre le diede un'estate? Perché la piccola balbuziente si sentiva inadeguata per una madre reginetta di bellezza? Per i rancori sotterranei che c'erano tra le due famiglie, divise dall'odio religioso e che potevano incontrarsi solo durante la "Pastorale Americana", cioè la festa laica del Giorno del Ringraziamento?
Alla fine lo stesso Seymour deve ammettere che la sua vita e la sua famiglia non erano così idilliache: cosa c'era di meno riprovevole della vita dei Levov?

 

 
 

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