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Recensione di Anna Milazzo - 8 Settembre 2005

Immagine della copertina del libro Il gelso di Pietro Trapassi

Il gelso

Pietro Trapassi
Agemina, 2003, 285 p.
Coll. 853.914 TRA

 
 

Il gelso non è solo un albero ma è il simbolo di una terra, la Sicilia, della sua fecondità a contrasto con la sua aridità, dei due poli che la caratterizzano.
Ma è anche il simbolo di un polo di due storie che si intrecciano, di due persone che si amano e di due famiglie che, pur essendo frutto di una stessa cultura, hanno modi diversi di manifestare l'affetto e di concepire il rispetto per l'altro. Entrambe sono impregnate dal pregiudizio, dal conformismo, dalla soggezione degli altri.
Ma l'autore ci suggerisce come in definitiva, entro queste regole rigide, l'uomo, come dice Sartre, ha sempre una possibilità di scelta.
E la famiglia di Giorgio sceglie di accogliere colei che ama, Maria, ripudiata dalla sua famiglia perché i suoi sentimenti sono prevalsi sul dispotismo del patriarcato.
Maria è dolce, fresca, fragile. Ma quale donna non si dilania di fronte al patriarcato che non la riconosce come persona capace di sentire, di pensare e di amare?
E allora vengono in mente Sibilla Aleramo o Virgina Woolf, due donne che hanno manifestato in modo diverso la ribellione al patriarcato: una rinunciando a suo figlio, con la consapevolezza dell'immensità della sofferenza alla quale andava incontro, l'altra affermandosi a costo della sua salute mentale.
Maria è semplice ma interiormente decisa e ribelle e anche lei trova la sua via per difendere se stessa e i suoi sentimenti. La melanconia che la pervade quando è costretta ad allontanarsi dalla Sicilia e quindi dall'uomo che ama non è altro che una rabbia repressa e una ribellione alla volontà di suo padre.
Maria riesce a fuggire da una famiglia che la annulla e viene accolta dalla famiglia di Giorgio che, come il gelso del giardino di casa, apre i suoi rami per proteggerla e la nutre condividendo i suoi frutti.
Maria rinasce, e, come l'embrione che si adatta al ventre della donna, si adegua alla famiglia di Giorgio perché lì trova protezione e affetto.
L'autore ci descrive le contraddizioni di una Sicilia piena di pregiudizi, di regole arcaiche, dell'incapacità di trattenere i suoi figli per la scarsità di opportunità lavorative, ma piena di odori, di sapori e di incanti. Sentiamo con lui l'avversione e la rabbia per essere stato costretto a emigrare e condividiamo la melanconia per il ricordo di una terra amata.

 

 
 

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