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Recensione di Chiara Macherelli - 26 gennaio 2007

Immagine della copertina del libro Troppo amore di Almudena Grandes

Troppo amore

Almudena Grandes
Guanda, 2004, 166 p.
Coll P 863.64 GRA

 
 

Almudena Grandes non è mai stata un'autrice produttiva e feconda, basti pensare alla sua bibliografia. È come se la sua scrittura ricercata e mai casuale, avesse bisogno di tempo per trovare la giusta collocazione sulla pagina bianca. Questa volta la Grandes stupisce i suoi lettori, pubblicando, a distanza di un anno dall'ultimo romanzo, che si è rivelato una grande prova letteraria intensa e meravigliosa a livello di intreccio narrativo e stilistico, una storia breve e veloce ma non per questo meno ricercata, appunto Troppo amore.
Ci sono solo quattro capitoli: l'arte, il sesso, l'amore e la morte. Come a voler dire il succo della vita, gli elementi certi dell'esistenza umana, che non possono mancare o da cui l'uomo non dovrebbe prescindere. A differenza di tutti gli altri romanzi della Grandes, qui i protagonisti sono semplicemente e perfettamente tre.
Solo tre, niente divagazioni, niente supposizioni, niente dispersioni. Il lettore è costretto a stare lì, a pensare alla vicenda senza futili intromissioni invadenti, neppure da parte dell'autrice.
Solo Maria Josè detta Jose, Jaime e Marcos. Ogni capitolo esordisce con un riferimento a questo numero magico e carico di significati fin dall'antichità che è il tre. La prima e la più ovvia "il tre è un numero dispari", si riferisce al primo capitolo, all'arte che comunque è l'elemento che da sempre fa parte dell'uomo, e che qui serve alla Grandes per introdurre e legare indissolubilmente i tre protagonisti. "Il tre è un numero a parte" si riferisce, nel secondo capitolo, all'esperienza sessuale, perché i ragazzi fanno sesso (o per meglio dire lo scoprono) in tre, in una splendida, colorata e vibrante Madrid anni '80. Nel terzo capitolo, contro ogni aspettativa però, "il tre è un numero pari" se ci si riferisce all'amore perché, come ci ricorda la dedica introduttiva di Garcia Lorca al romanzo, "il due non è mai stato un numero, perché è l'angoscia e la sua ombra".
Allora forse per risolvere l'enigma e il mistero dell'amore - sembra suggerire Jose - bisogna essere in tre, inteso non come banale trio godereccio, ma essere in tre davvero, amarsi in tre. E allora forse c'è posto per tutto, per il sesso, l'arte, il desiderio, la lealtà, la fiducia, la complicità, la dipendenza, l'armonia, la necessità, la sicurezza, l'ironia e l'amore. Perché ognuno dovrebbe diventare l'ancora di salvezza degli altri due, in modi interscambiabili.
Ma neppure questa è la soluzione, e la conclusione è amara: "il tre, però, non è mai stato un numero", perché si arriva alla sofferenza, al dolore, all'annullamento, alla negazione di tutto, di se stessi e di quello che c'è stato, alla follia, alla violenza fisica e psicologica, alla confusione totale dell'anima, alla disperazione di aver perso i punti di riferimento, alla morte. Almudena Grandes conferma ancora una volta le sue capacità di indagine psicologica dei personaggi concentrandosi sui movimenti interiori di ogni singolo, tanto da renderli vividi, credibili e affascinanti nel loro spessore di autentica drammaticità.

 

 
 

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