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Recensione di Umberto Rossi - 27 ottobre 2009

Immagine della copertina del libro Saltatempo di Stefano Benni

Saltatempo

Stefano Benni
Feltrinelli, 2001, 265 p.
 
Coll. P 853.914 BEN

 
 

Credo sia impossibile fingere indifferenza davanti alla propria soddisfazione e parlare di un romanzo esprimendo il proprio appagamento nell'averlo letto.
Questo può generare un conflitto interno fra l'accettazione entusiastica e un certo snobismo autoprotettivo, una sorta di pudore per l'entusiasmo provato. Giudicare ponendosi dalla parte dello scrittore può farci inoltre disconoscerne le eventuali manchevolezze. La questione è semplice e, al contempo, intricata. Capita cioè, alle volte, di incontrare autori immediatamente graditi o, ancor meglio, narrazioni che, per loro stesura e natura, ci trovano già consenzienti e plaudenti.
Mi trovo perciò nella difficile situazione di lodare e consigliare la lettura di un libro, cercando di non rimanere a mia volta invischiato nella curiosità di rileggerlo. Ed è cosa che purtroppo ho fatto, rinnovando più volte alla scadenza il prestito, per poter ripercorrere il testo e scorgervi elementi che mi erano sfuggiti o che avevo assai poco considerati per ragioni del momento, maturate in fase di lettura, ragioni comunque personali e perciò irrilevanti.
Il libro in questione pesa circa 331 grammi, misura 14 x 22 cm circa ed ha una copertina orrenda. Non chiederò scusa all'autrice della copertina ne' a chi si è occupato della grafica perché l'illustrazione merita tutto il mio risentito disgusto, tanto da avermi impedito, per molto tempo, d'avvicinarmi a un'opera che, invece, meritava ben altra attenzione.
Un libro è un libro non solo per il contenuto la cui esplorazione, approvazione o disapprovazione, verrà solo dopo l'acquisto e la lettura. Un libro è un frammento di universo, non soltanto la sua reinterpretazione da parte dell'autore e la successiva denaturazione da parte del lettore.
Perciò, la qualità di un libro non potrà essere limitata al suo contenuto, sebbene questo risulterà determinante in termini letterari, di valore universale, temporale e artistico.
Prima di diventare un classico, un libro dovrà per forza di cose circolare, essere necessariamente letto, preso in mano, osservato e desiderato. Diventare oggetto di consiglio, diffusione e critiche.
Il suo aspetto esteriore, se non curato, potrà perciò pregiudicarne la diffusione e la lettura.
Come la brutta voce di un tenore può allontanare dall'ascolto di un'Aria di pregio e pregiudicare un'Opera, farla sparire dai cartelloni e dall'ascolto del pubblico.
Sto esagerando ma, non a caso, tante risorse vengono impiegate per rendere i libri attraenti fin dalla copertina. E l'estetica non è cosa che riguardi solo le librerie. L'arte di sedurre, di chiamare a sé è già presente nel titolo più di quanto nessuna buona recensione possa fare. E la copertina, la sua estetica possono allontanare o avvicinare più di quanto non lo faccia uno sputo in un occhio o la visione di un paesaggio incantevole.
A nessuno verrebbe in mente di andare in vacanza in un posto che si presenti in modo orrendo anche se, magari, quel luogo contiene delizie e meraviglie inestimabili. E così è stato per me, che ho superato il disagio di quella copertina maldestra e distratta solo grazie alle precedenti letture di altri titoli dell'autore conosciuto, purtroppo, dopo aver sprecato attenzione in letture meno gratificanti e pervasive nella memoria e nel desiderio di rilettura.
Ed è questo il punto su cui vorrei che poneste la vostra attenzione. Una volta letto, questo libro, mette la voglia di tornarci sopra, di rileggerlo di nuovo perché ancora non vi ha soddisfatto malgrado lo ricordiate più o meno perfettamente. Non so che cos'è in effetti che può aver prodotto questo effetto di affezione permanente. L'autore è conosciuto e la sua vena umoristica, disincantata, acuta e profondamente lirica è, a mio avviso, notevole. Considerato il fatto che possa anche restarvi del tutto indifferente o addirittura sgradito, questa è comunque una lettura che consiglio ai
cittadini purosangue o a chi, invece, è cresciuto nelle periferie, nei borghi di campagna, nella bassa montagna, a fondovalle o dovunque si possa crescere e diventare adulti senza dimenticarsi tutto il vissuto precedente, affogandolo in un presente sterilizzato e psicotico fatto di paure, di indifferenza, di asocialità codificata nel sociale, qualcosa di politicamente corretto al Rum come un caffè troppo cattivo per essere bevuto schietto.
Quello di cui parlo è un libro intrinsecamente ricco di una miriade incantevole e incantata di baggianate, di sbruffonate, di tenere e innocue bugie, con la sua bella tragedia a metà della fine, con aperture al recupero protopolitico della sensibilità e della coscienza del singolo e della comunità, qui frammentata in immagini luminose o vaghe, cariche di una nostalgia che quasi può essere condivisa come se, a viverle, fossimo stati noi lettori per primi e più da vicino di quanto possa fisicamente esserlo il libro che stiamo leggendo. Questo è un libro d'iniziazione ma anche un libro di avventura, di svagata assurdità e di profondo cordoglio per un periodo storico così tanto vicino
che l'abbiamo già dimenticato; eppure è lì che preme da dietro, nelle tragedie che ancora oggi si verificano, nelle frane e nei crolli, nella devastazione del territorio, nella abominazione della politica e del malaffare, è qualcosa che ci sfiora da vicino come un serpente mitologico di cui non vogliamo vedere le scaglie che lascia per strada, un serpente maligno che più avanti stritolerà qualcuno, non un pallido Laocoonte e i suoi figli ma qualcuno che presto o tardi saremo noi, solo perché noi, per vigliaccheria o insipienza non abbiamo avuto il coraggio di pestargli la coda per provare almeno a fermarlo.
Comunque, un libro è una linea temporale e come tale va percorso, una linea di eventi narrati a ragion veduta, per farci attraversare lo specchio o varcare qualche soglia segreta o evidente. Non posso perciò sottrarmi da qualche descrizione elementare. Aperte le prime pagine sono stato immediatamente spiazzato, colpito in pieno petto da una descrizione folle, fortemente dissacratoria e grottesca, di una ferocia beffarda ma, a suo modo, graziosamente mitologica, quasi dionisiaca nel suo bizzarro florilegio, blasfemo fino al lirismo di una comicità stupefacente e grossolanamente boschiva. Ho fatto appena in tempo a stupirmi e a raccogliere da terra la mia eventuale disapprovazione quando, immediatamente, l'autore, perdendosi in livellamenti narrativi mi ha ricondotto al luogo d'origine della storia stessa, al punto d'incontro che rende indissolubile il legame fra il lettore e il libro. La descrizione del personaggio roboante, sfacciato e noncurante della sua sfacciataggine che appare all'inizio come un'alzata di sipario che mette in mostra gli attori e la scena in mutande, assai prima della completa vestizione dei costumi e della storia, è la chiave di tutto il romanzo. Vi è dunque qualcosa, oltre al protagonista (che subito amerete), che in occasioni all'apparenza irrilevanti e vaghe, riapparirà per ridecifrare il tutto, dalla narrazione e i suoi artifici, alla pienezza potente della storia e dell'avventura di un figlio del nostro tempo precedente.
A quest'ultimo, quel tempo che era ed è stato all'origine della magia delle cose che oggi usiamo senza consapevolezza della loro scaturigine, del pensiero e della volontà degli uomini che hanno costruito e contribuito a dare forma a quel che oggi diamo per scontato, dovrebbe andare la nostra costernata attenzione. Questo è un romanzo metastorico mascherato da boutade selvaggia e ironica come uno schiaffo che ci risvegli dall'incoscienza sopravvenuta a nostra insaputa. Un piccolo assopirsi della ragione che genera mostri metà beffardi e metà amichevoli. Non senza dispettosa attitudine a farci pagare, comunque il pedaggio o il favore ricevuto.
Avrete notato che non ho parlato dell'autore e del titolo del romanzo, ho vagamente accennato ai suoi contenuti e disquisito su quanto io, come lettore, ho subìto leggendolo. Ebbene, non c'è altro modo per riempire questo vuoto che entrare in biblioteca e chiederlo in prestito. Lo si può anche comprare, certo. Ma a me è piaciuto così, prenderlo in prestito perché non fosse mai completamente una proprietà disponibile. Sono cose che vanno condivise in qualche modo. Anche attraverso un prestito bibliotecario che ne amplifichi la sacralità. Toccare e leggere un libro è quasi sempre un atto sacro. Anche se siamo profondamente agnostici, la nostra natura politeista, legata alla natura delle cose e delle impossibilità di dare loro un nome e un'origine, va onorata. Non siamo
molto dissimili dall'uomo di Cartagine. Il nostro encefalo e le nostre conoscenze elementari non sono poi così diverse da quelle dell'uomo dell'età del ferro. Forse per questo amiamo tanto leggere. Per aggiungere elementi al nostro personale Pantheon di conoscenze e idee. E amiamo riconoscerci in storie non nostre. Perché riconoscerci ci consola e ci educa. Ci rende quel che potremmo essere se solo volessimo provare a esserlo.
Il libro ha un titolo (che non ho potuto omettere, come avrei voluto, nelle caselle "titolo" e "autore", per via dei limiti imposti dal form che raccoglie le recensioni) e questo titolo è Saltatempo.
L'autore è Stefano Benni (ma questo, purtroppo, lo avete già visto fin dall'inizio e quindi addio sorpresa finale). Il resto appartiene a voi, al vostro giudizio e godimento.
Io mi sono molto divertito.
A voi sfogliarlo, irritarvi o sorridere, ricordare qualcosa. O lasciarlo dov'è, sullo scaffale.
Buona lettura.

 

 
 

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