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Recensione di Antonella Lamberti - 14 Ottobre 2005

Immagine della copertina del libro I giorni dell'abbandono di Elena Ferrante

I giorni dell'abbandono

Elena Ferrante
Edizioni E/O, 2002, 213 p.
Coll: P 853.914 FER

 
 

Un libro decisamente bello che tiene incatenati alle pagine anche se, detta in due parole, la storia possa sembrare poco originale: una donna che viene abbandonata dal marito per un'altra donna più giovane. E invece un libro avvincente, che si fa leggere d'un fiato. In un dopopranzo come tanti altri, con i bambini di là che litigano e la tavola da sparecchiare, comincia l'inferno di Olga, con un laconico
comunicato del marito sulla propria intenzione di andarsene. Comunicato scarno, quasi non motivato, o meglio fumosamente, vigliaccamente motivato, aggravato dal fatto che quest'uomo che, oltre a essere marito, è anche padre, irresponsabilmente non lascia neanche un recapito per essere rintracciato in caso di bisogno.
La vita quotidiana di Olga, madre e casalinga per scelta (è una donna colta, che scriveva), era segnata e scandita fino ad allora da gesti di routine, apparentemente banali, ma legati insieme, come quelli di molte donne, da quel senso del dovere e della responsabilità che funge da collante vitale per le mille tessere del puzzle quotidiano, fatto di piccole incombenze (la spesa, portar fuori il cane, ricordarsi di spegnere il gas e dove sono le chiavi di casa, andare a prendere i bambini a scuola,
telefonare al pediatra), piccole ma essenziali, nel loro insieme e ciascuna per proprio conto, per garantire la sopravvivenza di una famiglia, perché la vita di un gruppo di persone si dipani senza scosse. Il collante del puzzle di Olga però, a partire dall'abbandono del marito, si sgretola e i pezzi cominciano a staccarsi, drammaticamente, uno dopo l'altro.
L'amore per il suo uomo era evidentemente fondamentale perché lei riuscisse a tenere insieme le tessere del suo puzzle, perché controllasse le proprie pulsioni più nascoste e non si abbandonasse a una successione di gesti senza senso.
L'abbandono del titolo non è infatti soltanto quello subito dal marito ma quello, più pericoloso, di Olga stessa, del proprio io vigile, che la porta a una pericolosa deriva, a una perdita di controllo graduale che sembra inarrestabile e che angoscia nella sua pericolosità.
Olga si riprenderà ma la sua storia lascia in chi legge una sorta di vertigine, in un'acquisita (o anche solo per l'ennesima volta dimostrata) consapevolezza della precarietà delle nostre certezze.
Quell'ancora che ci fa aderire al quotidiano e che sembra così salda, che ci conforma alle necessità, alle richieste e alle aspettative degli altri nei nostri confronti, improvvisamente si rivela inconsistente e, quando un evento improvviso la stacca, con una facilità inimmaginabile fino a quel momento, ci lascia, fragili cose vaganti, persi in un mondo senza più senso. Lo stile asciutto e non retorico e la descrizione minuziosa ma mai eccessiva dei gesti che fanno parte del vivere quotidiano rendono l'incubo di Olga ancora più reale, riuscendo a rendere avvincente un racconto in cui le cose che succedono sono soprattutto interiori.
Un libro che consiglio anche agli uomini, da leggere allargando la propria mente e il proprio respiro, perché vivano dentro una donna almeno per le 213 pagine del libro, sospendendo pregiudizio, giudizio e ragione e condividendone l'emozione.

 

 
 

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