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Recensione di Gianna Batistoni - 13 gennaio 2005

Immagine della copertina del libro Terra d'origine di Dmitri Bakin

Terra d'origine

Dmitri Bakin
Traduzione di Valerio Piccolo, postfazione di Byron Lindsey
Roma, Minimun fax, 2002
157 p.; 19 cm
Sotterranei
Coll. 891.734 4 BAK

 
 

Dmitri Ghennadievich ha scritto parte di questi sette racconti durante l'anno che il codice legislativo sovietico concedeva a chi avesse prestato servizio di leva nell'Armata Rossa, anno in cui non si richiede un regolare obbligo lavorativo ai veterani. Dmitri vive con la moglie e il figlio in un appartamento umilmente dignitoso in una strada del centro moscovita, è, prima di ogni altra cosa, un coscienzioso padre di famiglia. Per questo si è scelto un'occupazione da camionista anziché intraprendere la brillante carriera letteraria che, coralmente, gli era stata prospettata sulla scia dell'acclamazione ricevuta, proprio in occasione del suo esordio, con questa raccolta di racconti. Dmitri è scettico sulla sicurezza di reddito che la sola occupazione di scrittore potrebbe dargli e fare il camionista, per di più, gli piace. Anche per questo, ma sicuramente anche perché giudica l'ambiente dei letterati russi un luogo di pettegolezzi, d'intrighi e di spicciola politica, ha avuto la cura di usare un cognome che non è il suo. È facile intuire, nel suo comportamento, la volontà di perdere individuabilità, cosicché resti sconosciuto ai colleghi letterati, come sconosciuta la sua opera di letterato ai colleghi camionisti. Rispettandolo, dopo i necessari cenni di questa breve biografia, parliamo piacevolmente di questo Terra d'origine di Dmitri Bakin. Sorprende la cura del linguaggio, intrisa di metafore che danno ad ogni passo molteplici livelli di significato. Quasi classico nell'eleganza della prosa, Bakin prende corpo in un flusso mai artefatto di modernità e di lirismo. Un canto interiore di partecipazione estrema, un filtro interno ai suoi personaggi che non cristallizza le emozioni, ma le rende una vivida e sensibile espressione dei sentimenti. Ci si accorge ben presto che Dmitri Bakin è in ognuno di loro.
In Foglie la rabbia silenziosa e fredda come una lenta vendetta, provata da Bedolaghin, il cui nome, letteralmente, ha origine da un termine che significa "povero disgraziato", riempie di anidride carbonica l'aria dei cupi spazi che lo circondano.
I dialoghi brevi non lasciano nient'altro da dire, hanno, anzi, il merito di troncare il respiro dove respirare pare non aver senso. La morte è al fianco della vita in ogni momento. È una presenza in incognito e allo stesso tempo immancabile e prepotente in Terra d'origine, il racconto che dà il titolo alla raccolta. È acquattata nel cuore, insegue il sangue nelle arterie, la morte è negli abiti dei morti indossati per miseria dai vivi. Morte è la muffa vorace che ricopre i muri e morte sono anche le crepe sul soffitto. La morte è un'eredità cromosomica atavica, perché, come dice lo stesso Bakin, "è assegnato al ciclo della degradazione lo stesso tempo di quello della rinascita". Bakin sa raccogliere in ogni pagina l'espressione delle paure che sbocciano come fiori neri dalla solitudine e dall'isolamento, in una terra priva di ogni tinta, bruciata dal gelo e allagata da spazi troppo vasti, incolmabili anche emotivamente. La Russia ne esce granitica e inadatta alla svolta, atavicamente inadatta, la modernità pare essere un organismo esterno di cui è inevitabile il rigetto.

 

 
 

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