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Recensione di Gianna Batistoni - 30 Luglio 2005

Immagine della copertina del libro Donne e topi di Emiliano Gucci

Donne e topi

Emiliano Gucci
Lainfazi, 260 p., 21 cm.
Coll: 853.914 GUC

 
 

Emiliano Gucci è di Calenzano, qua vicino, di quella cosiddetta "piana della provincia fiorentina", nato a Firenze nel 1975, forse come tutti noi, da una certa generazione in poi, perché là si trova la zona ospedaliera e in special modo il reparto di maternità. E anche per Emiliano la provincia ha un valore, quasi un valore esistenziale e sicuramente sociale. Soprattutto qua, vicino a Firenze, meta mondiale per ricchezze artistiche, che eppure mantiene l'indole provinciale, nel bene e nel male del significato che questo può avere. Nel bene di certe genuine relazioni sociali che si mantengono, certe volte anche ingombranti, ma che comunque con il loro ingombro riempiono certi vuoti esistenziali quotidiani.
Nel bene delle botteghe artigiane, dei piccoli negozi dove ancora ci si ferma a
parlare del più e del meno, dove si mantiene comunque un'identità.
Nel male di ogni provincia, non solo di questa, dove non si decolla, dove poche sono le occasioni di affermarsi con soddisfazione delle proprie attitudini, o meglio dei propri sogni. Che sogni restano. Ma per cui, proprio perché le cose non arrivano da sole, vale la pena di impegnarsi e di combattere ogni giorno.
Questo è quello che si trova in Donne e topi, il libro di Emiliano Gucci.
Si trova descritta passo passo la provincia. E il combattente è Manuele, il personaggio che, telecamera in spalla, filma e così ci racconta la sua storia e la storia di tutto quello che gli sta intorno: amici, parenti, coinquilini, ex-fidanzate, potenziali datori di lavoro, potenziali cercacasa, tormenti, sogni e topi da incubo.
E Manuele si confronta e combatte con ognuno di questi.
Con l'amico Daniel, per cui tutto arriva facilmente e di cui sarebbe altrettanto facile invidiare la sicurezza, la certezza e le conclusioni semplicistiche fino ad odiarlo, ma verso cui conta sempre più forte l'amicizia.
Genitori che si cerca di salvare dalla preoccupazione e dalla delusione con la costruzione di una proiezione della propria vita tranquillizzante, una bugia a fin di bene, che neppure si riesce a sostenere più di tanto perché vince la lealtà. E c'è Lei, una donna senza nome, l'amore di sempre, platonico come tutti gli amori eterni, quasi una donna angelicata e che resterà forte finché resterà nei suoi sogni.
E poi ci sono colloqui di lavoro ridicoli che scoppiano ogni volta come bolle di sapone; Manuele diventa un factotum bukowskiano, mai scoraggiato
però, che non suscita compassione, forte della propria ironia, che è quella
della scrittura di Gucci, non dimentichiamolo. Forte della propria battaglia. Acquistare un'identità sociale qua significa appropriarsi dei propri diritti umani, i diritti di tutti e di ciascuno in particolare. E se abbiamo parlato di ironia, è perché vogliamo anche aggiungere toscanità. Vi si trova vicinanza di spirito con una certa filmografia toscana degli ultimi vent\'anni: come non pensare al primo Nuti di Madonna che silenzio c'è stasera e come non pensare a Virzì o a Benvenuti.
Per Gucci la storia si compone di fatti, fatti quotidiani, relazioni definite, relazioni necessariamente sociali, cercando di calcare regole che dovrebbero derivare da patti sociali. Per cui vale la pena di combattere quotidianamente. E se vale la pena di lottare è perché si conserva la speranza di vincere. Speranza di decollare, quindi, anche sul difficile terreno della provincia. Emiliano Gucci, con questo libro, ci è riuscito. Perché ci ha provato. Perché ci ha creduto.

 

 
 

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